A partire dagli anni Settanta, nelle Filippine l’emigrazione divenne un’irresistibile risorsa macroeconomica. In questa operazione geopolitica, la musica si trasformò in uno strumento di soft power: un mezzo culturale capace di orientare le aspirazioni, normalizzare la partenza e rafforzare l’immaginario degli OFW (Overseas Filipino Workers = lavoratrici e lavoratori d’oltremare).
Ted Ito – cantante giapponese di origine filippina, noto anche come Hideaki Tokunaga – contribuì a costruire una narrativa emotiva dell’espatrio. Il suo brano “Maghintay Ka Lamang” (1990 [Sii paziente]) ha agito come un dispositivo di pedagogia affettiva della migrazione, offrendo conforto e legittimazione simbolica a quel movimento di massa che avrebbe reso le Filippine il principale “esportatore” di manodopera al mondo. Ascoltare in Italia il ritornello della canzone – «Resta forte anche in mezzo alle difficoltà… Sii paziente» – suona come una cantilena storta. Essa, cioè, descrive la condizione strutturale della manodopera migrante: resistere, lavorare, restare al tuo posto. Repeat.
È recente la stretta leghista sulla cittadinanza: nella proposta presentata alla Camera, lo “straniero” nato in Italia potrà diventare italiano a 18 anni solo dopo aver superato un esame di integrazione, comprensivo di conoscenze culturali, sociali e giuridiche definite direttamente dal Ministero dell’interno. Non solo. La morsa è prevista anche sui ricongiungimenti familiari: la possibilità viene ridotta ai soli coniugi e figli minori. Sono esclusi, quindi, figli maggiorenni e altri parenti (che sò, i genitori). La proposta specifica inoltre lo scarto di coloro «che nella propria vita attiva non hanno fornito alcun contributo al progresso della comunità nazionale italiana e che potrebbero rappresentare un “onere” invece che un “sostegno”».
Ed eccoci di nuovo: gli stranieri come bestie da soma, utili finché reggono carichi pesanti, materializzati da un lato dai governi filippini che hanno trasformato l’espatrio in macchina di profitto; dall’altro dal Belpaese che, pur beneficiando del lavoro migrante, lo rinchiude in un labirinto di norme e pratiche razziste che estirpano ciò che ci rende umani: legami, salute, diritti.