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Cinepresa 05 | Lavoratori di marmo

Ci sono inevitabili occasioni in cui – in un bar, davanti al semaforo rosso o nella via centrale della propria città – l’operaio e il padrone finiscono per condividere gli stessi spazi, respirare la stessa aria e – ancora inevitabilmente –  incrociare i propri sguardi. 

Lo si pensa quando si percorrono le vie e le viuzze di Carrara e di Massa. Nell’economia del marmo lo sfruttato e lo sfruttatore non si limitano a coesistere: i corpi s’intrecciano in una relazione storica fatta di squilibri e di disuguaglianze.

Accadde, a esempio, in un articolo di Repubblica del 2019 che ripercorreva la vicenda dei templi di Abu Simbel: nel 1964, gli operai italiani di Salini Impregilo furono chiamati in Egitto per salvare  i millenari templi egizi dalla sommersione causata dalla costruzione della diga di Assuan. 

Il testo, che riserva parole accorate e ampi paragrafi all’impresa della società, concede invece ai lavoratori una rapida menzione, un’appendice retorica e classista: «abilissimi operai marmisti di Carrara».

Oggi quella stessa azienda  è la capogruppo della cordata vincitrice della gara per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Cinepresa 4 | Ted Ito

A partire dagli anni Settanta, nelle Filippine l’emigrazione divenne un’irresistibile risorsa macroeconomica. In questa operazione geopolitica, la musica si trasformò in uno strumento di soft power: un mezzo culturale capace di orientare le aspirazioni, normalizzare la partenza e rafforzare l’immaginario degli OFW (Overseas Filipino Workers = lavoratrici e lavoratori d’oltremare).

Ted Ito – cantante giapponese di origine filippina, noto anche come Hideaki Tokunaga – contribuì  a costruire una narrativa emotiva dell’espatrio.  Il suo brano “Maghintay Ka Lamang” (1990 [Sii paziente]) ha agito come un dispositivo di pedagogia affettiva della migrazione, offrendo conforto e legittimazione simbolica a quel movimento di massa che avrebbe reso le Filippine il principale “esportatore” di manodopera al mondo. Ascoltare in Italia il ritornello della canzone – «Resta forte anche in mezzo alle difficoltà… Sii paziente» – suona come una cantilena storta. Essa, cioè, descrive la condizione strutturale della manodopera migrante: resistere, lavorare, restare al tuo posto. Repeat.

È recente la stretta leghista sulla cittadinanza: nella proposta presentata alla Camera, lo “straniero” nato in Italia potrà diventare italiano a 18 anni solo dopo aver superato un esame di integrazione, comprensivo di conoscenze culturali, sociali e giuridiche definite direttamente dal Ministero dell’interno. Non solo. La morsa è prevista anche sui ricongiungimenti familiari: la possibilità viene ridotta ai soli coniugi e figli minori. Sono esclusi, quindi, figli maggiorenni e altri parenti (che sò, i genitori). La proposta specifica inoltre lo scarto di coloro «che nella propria vita attiva non hanno fornito alcun contributo al progresso della comunità nazionale italiana e che potrebbero rappresentare un “onere” invece che un “sostegno”».

Ed eccoci di nuovo: gli stranieri come bestie da soma, utili finché reggono carichi pesanti, materializzati da un lato dai governi filippini che hanno trasformato l’espatrio in macchina di profitto; dall’altro dal Belpaese che, pur beneficiando del lavoro migrante, lo rinchiude in un labirinto di norme e pratiche razziste che estirpano ciò che ci rende umani: legami, salute, diritti.